martedì 19 gennaio 2010

..?

Ipocrita.

lunedì 28 settembre 2009

Il sole autunnale.

Ascoltami.

Solito treno, solita ora, soliti luoghi.
Tutto riparte. La banalità della normalità.
Non fa ancora troppo freddo e la mia camicia a quadri con un maglioncino tutto sommato basta per coprirmi.
Sono passi ancora un po' lenti i miei, quasi nemmeno i piedi avessero voglia di tornare alla solita vita.
C'è il sole oggi, un sole autunnale.
La fermata dell'autobus è sempre la stessa. Sempre fredda e grigia, sempre malinconica e sola.
Mi diverto a guardare le mie scarpe che strascicano sulla strada.
E guardando le piccole imperfezioni dei san pietrini mi accorgo di un paio di scarpe.
Delle vans nere, delle semplici vans nere.
Osservo le cuciture dei jeans del ragazzo che le porta e la felpa scura.
Guarda la strada anche lui, lo trovo quasi consolante il fatto di non essere l'unica a farlo.
Non so cosa di quel ragazzo mi attragga, in fondo non riesco nemmeno a vedergli il viso quindi mi accendo una sigaretta.
La solita sigaretta alla solita fermata in una "solita" mattina mentre studio i dettagli di quel ragazzo con lo sguardo.
Mi sta guardando le scarpe anche lui, ora i jeans, i suoi occhi sui miei fianchi, il tessuto della mia camicia, il maglioncino poi i miei capelli e poi guarda me.
Mi guarda, non fa altro.
Però, lo fa in modo dolce, in un modo in cui pochissimi o forse nessuno mi guarda.
Ha due occhi favolosi.
Ha smesso di guardare la strada, ora guarda me.
Quando mi guarda, però, distolgo lo sguardo.
Mi chiedo se abbia visto di che colore ho gli occhi.
Mi chiedo se abbia sentito quello che ho sentito io in quello sguardo.
Ad interrompere i miei pensieri però ci pensa l'autobus, lui monta con me.
Siamo andati via insieme.
Scappati? Se volete chiamarlo scappare chiamatelo così.
Partiti? Se volete chiamarlo partire chiamatelo così.
Siamo andati via, insieme.
Insieme, questo conta.
Sotto il sole autunnale.

martedì 16 giugno 2009

In memoria, a te.

Tasmin Archer - Sleeping Satellite

"Credo che scriverò stasera, è da tanto che non lo faccio"

La strada era vuota: nessuna macchina, nessuna moto, non c'erano nemmeno prostitute, il che era fondamentalmente assurdo vista l'ora e visto il luogo.
Un lungo e fottutissimo retilineo davanti a noi.
I giri salgono. Ancora e ancora.
I lampioni, inizialmente immagini ben delineate davanti a me, si sono trasformati in luci ad intermittenza quasi.
Accellera ancora.
La sua giacca è gonfia d'aria e il tessuto teso ripara me con indosso la camicetta a fiori.
È la camicetta che mi regalò mia madre prima di morire. Tessuto delicato con dei piccoli fiori azzurri, come i miei occhi, leggero, dolce e malinconico.
Maledetta la volta in cui la scelsi per quella sera.
Con un'occhiata veloce vedo che facciamo i 180.
Dio, un sasso per strada e siamo fottuti.
In quel momento mi torni in mente.
Sì, mentre corro ad alta velocità penso a che cosa hai provato tu quando hai fatto l'incidente.
Penso al dolore della caduta sull'asfalto, la mandibola, il braccio. Il sangue.
Dovrei avere paura e non ne ho.
Mi sento in pace.
La testa vuota, il cuore che batte perfettamente regolare e una voglia irrefrenabile di continuare.
Vorrei rimanere così per sempre.
È tutto così vero, ora.
Ora capisco. Ora sento. Ora, voglio.
Le immagini scorrono veloci, velocissime. È forse questo senso di etereo che mi fa desiderare di non fermarci? Non lo so.
So, però, che tutto mi sfiora e nulla percepisco.
È proprio questo nulla che mi fa amare la velocità.
È proprio il sapere che tutto è una questione di secondi, un tempo vano, fugace.
Questo mi fa sentire sicura e non vi trovo logica.

Quella stessa notte io e lui abbiamo fatto l'amore come mai prima, eppure.
Eppure, sono passati anni, ho realizzato tutti i miei desideri: ho due splendide bambine, ho amato come non mai, vivo all'estero in un bell'appartamento dai muri bianchi ed ho una grande vetrata panoramica. Sono quello che tutti definiscono la felicità fatta a persona, eppure. Eppure continuo a voler tornare a quei 180.
I miei 180. Miei.

Ora ho capito cosa hai provato. È bello, bellissimo.
Sì, non so più scrivere come una volta ma questo rimane in tua memoria.

mercoledì 6 maggio 2009

Blah.

"Ci proviamo, almeno. Fanculo al mondo Giù! Io se cado mi rialzo sempre!"
"Eh brava la mia Meg!"
"Starò male, sto male, ma non me ne frega un cazzo. Sempre a testa alta darling!"
"Evvai! Via così, ci penseremo ma non ora:)"
"Esatto, non ora. Li sento i pezzetti della mia anima fuori posto ma il tempo li metterà apposto. Con calma, ora voglio solo sorridere. Ci sono riuscita ieri sera, ci posso riuscire sempre. Basta volerlo."
"Brava amore mio. Brava davvero. La vita va avanti e tu sei forte, le tieni testa e continua a farlo. Ci penseremo, ma se abbiamo il tempo per dimenticarlo, anche per poco, vale la pena sfruttarlo tutto."
"Sì, fanculo cazzo, la vita puo' giocare quanto vuole con i dadi del destino. Il gioco d'azzardo non mi fa paura, è imprevedibile ma lo sono anche io."
"E quindi gioca, e continua a giocare. Non è detto che il gioco debba essere per forza stupido."
"È un gioco d'azzardo quindi non puo' essere stupido, c'è un unico problema: la posta in gioco. Si vince tanto e si perde altrettanto, basta saper giocare. Le regole le conosco ma con me fare gli arroganti è inutile, nemmeno la vita se lo puo' permettere. Non mi arrendo."
"Brava! Dio, ti voglio bene Meg, la vita, la vita vive per noi..."

Ti voglio bene anche io, tanto.

Solo degli stupidi sms, è vero. Ma li amo quanto amo lei.

domenica 3 maggio 2009

Il pleut.

Piove.
Quanto l'abbiamo aspettata questa pioggia, io e te.
"Dammi la mano"
"Andiamo"
Non ce ne frega un cazzo dei vestiti bagnati, dei capelli senza una vera e propria piega, delle pozzanghere. No, non ce ne frega un cazzo.
Il mondo continua a girare in questo momento, ma noi no.
Noi ci fermiamo.
Un momento solo per noi, finalmente.
Distese su un campo da basket, guardiamo il cielo.
Lo senti l'odore della pioggia, ora? Io sì.
è dolce, è malinconico, è amato, è solo per noi.
Sì, è solo per noi.
Ci stringiamo la mano e guardiamo quel cielo così arrogante con un'aria da stronze incredibili.
Noi lo possiamo affrontare. Noi, siamo forti.
Mentre mi sei stesa accanto penso che ti voglio bene, ma te ne voglio da impazzire.
"Potrei rimanere così per sempre."
"Facciamolo."
"Allora, per sempre?"
"E oltre."
Prendi il cellulare e metti quella canzone. Volume al massimo.
La cantiamo a squarciagola, senza un minimo di intonazione, ma non ce ne frega un cazzo.
Questo, è il nostro momento. Rimarrà nostro per sempre.
E mondo continua a girare, continua ad andare avanti, noi ora ci prendiamo una pausa.
Una pausa che dura un'istante.
Ma è un'istante che rimarrà così per sempre.
I said maybe, you're gonna be the one who saves me
And after all, you're my wonderwall
"Promettimi una cosa"
"Va bene, dimmi"
"Promettimi che rimarremo così, felici come adesso, per sempre. Malgrado tutto, cadremo, ci faremo male, ma rimarremo così per sempre. Saremo forti, ci rialzeremo qualsiasi cosa accada. Sorridenti, felici, insieme."
"Ok"
"Qualsiasi cosa accada?"
"Promesso. Ti voglio bene"
"Anche io ti voglio bene"

GRAZIE.

Niente post sul tipo con la maglietta nera, mi spiace. Questo è per te, è per noi.

venerdì 1 maggio 2009

Kurt & Courtney.

Era il 12 gennaio 1990. Sì, ricordo ancora la data. Sarebbe ridicolo, piuttosto, che me la fossi dimenticata. Ore 23.00 Satyricon.
Ci andavo spesso, una volta. Era un piccolo locale di Portland. Cosa mi affascinasse non l’ho ancora capito. Luci decadenti, un palco che sapeva di vomito e l’odore di birra sparso ovunque. Forse era proprio quell’odore che mi piaceva tanto, o forse no. Chissà.
Dal mio separé color burro ho visto un ragazzo. Capelli biondi, lunghezza spalle e due occhi chiari. Assomiglia a qualcuno mi ripetevo, e più lo facevo più quel nome mi sfuggiva dalle labbra. Poi, lui si è voltato mi ha guardata e ho fatto scivolare sulla lingua le parole giuste “Assomigli a Dave Pirner!” gli ho urlato. E l’ho fatto con quell’aria arrogante e fottutamente da stronza che mi si addice. Il suo sguardo da dolce ed innocente nanetto più basso di me si è trasformata in cattiveria e nervosismo. Tempo dieci minuti ci siamo ritrovati su un pavimento di birra a menarci. Sul momento non pensavo a come avrebbero reagito le fans del mio gruppo e nemmeno quelle stronzette che suonavano con me. Il nanerottolo così incazzato si levò ad un certo punto o forse lo portarono via, non lo ricordo sinceramente. Sta di fatto che il labbro tumefatto e i capelli distrutti li ricordo, o meglio ricordo la mia immagine allo specchio. Quella stessa immagine mi ha fatto voltare indietro e urlare “Sei proprio un gran figlio di puttana!”. Stronzo mi ripetevo, stronzo, stronzo di merda. Ho passato gli anni a ripetermelo. Lo faccio tutt’ora.
Quel nanerottolo così incazzata ha tormentato i miei pensieri per anni. Sì, per anni.

Era il 12 gennaio 1990. Sì, ricordo ancora la data. Sarebbe ridicolo, piuttosto, che me la fossi dimenticata. Ore 23.00 Satyricon.
Ci andavo spesso, una volta, a suonare. Era un piccolo locale di Portland. Mi affascinavano le luci decadenti, il palco che sapeva di vomito e l’odore di birra sparso ovunque. Ero tranquillo nel mio essere scazzato quando ho sentito urlare “Assomigli a Dave Pirner!”. Non l’avesse mai fatto. C’erano due cose che odiavo: numero uno le persone che fanno paragoni, numero due chi mi paragona a un frocetto sfigato con i capelli morti. Al momento non me ne fotteva un cazzo di chi l’avesse urlato, nemmeno quando vidi quella ragazza con il vestito rosso a pois me n’è fottuto particolarmente. Era una stronza, l’ennesima. Tempo dieci minuti ci siamo ritrovati sul pavimento sporco di birra a menarci. Non me ne fotteva un cazzo di chi fosse, né tanto meno che fosse donna. Era stronza. Ho provato a non farle male inizialmente ma alla prima ginocchiata sui coglioni ho fermamente cambiato idea. Sì, quel dolore me lo ricordo. Ma ricordo, anche, i suoi capelli biondi ed il suo labbro tumefatto che la rendevano tanto affascinante. Me la sarei scopata quella sera stessa, ma lei se ne andò.

Ispirato al primo incontro tra Kurt Cobain e Courtney Love. Una coppia rock, distrutta, eroinomane, ma perfetta nel suo essere maledetta. Una delle poche coppie di cui avrei voluto scrivere se fossi nata in quegli anni.

giovedì 30 aprile 2009

Perchè.

Hai paura?
No, per niente.
Perchè?
Perchè non centra con i sentimenti, questo. Appartiene al mondo delle cose che non sono nemmeno vagamente sfiorate dai sentimenti, quindi, non ho paura. ...E tu?
Io sì, da morire.


Perchè lo fai?
Perchè è il momento giusto, ora.
Come fai a saperlo?
Non ho nulla da perdere, ora. Questa è una cosa che faccio per me, solo per me. Solo per dare sfogo al mio egocentrismo misto al narcisismo.
Sei sicura?
No. Non riesco ancora a leggermi così profondamente dentro però sento che è la cosa giusta da fare. Sì, ora, è il momento.
Pronta?
Vai, però fammi chiudere gli occhi.
Chiusi. Procedi.